• La probabilità che il futuro sia uguale al passato è nulla

  • Ciò che sono è sufficiente solo se riesco ad esserlo

  • La voce dell'intelletto è fioca, ma non si dà pace finché non ottiene ascolto

  • Un giorno senza un sorriso è un giorno perso

  • Il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi, molto prima di essere accaduto

  • Non c'è vento a favore per chi non conosce il porto

  • Fate ciò che potete, con ciò che avete, dove siete

  • Agisci sempre in modo da aumentare il numero delle scelte

  • La magia ha una sua struttura: è possibile scoprirla e insegnare ad usarla

  • ...se ho visto così lontano è perchè sono salito sulle spalle di giganti...

  • Il compito principale nella vita di un uomo è di dare alla luce sé stesso

  • Un problema non può essere risolto con lo stesso tipo di pensiero che lo ha generato

  • Gli uomini sono agitati e turbati, non dalle cose, ma dalle opinioni che essi hanno delle cose

Riferimenti teorici

Il modello applicato dalla MdV & Partners si ispira e riferisce principalmente e liberamente a: modello CO.R.EM. realizzato, presso il Dipartimento di Arezzo dell'Università di Siena, dal prof. E. Cheli e dal suo team, al noto modello Tavistock, al contributo della fenomenologia e della psicoterapia della Gestalt, alla Scuola di Palo Alto, alla teoria dei sistemi, alla teoria dei sistemi evolutivi (Ford e Lerner), alle ricerche di M. Klein, di W. Bion, di Winnicott, di D.Stern, ed a più autori riconducibili alla matrice psicosociale tra cui: F. Fornari, L. Pagliarani, Elliot Jaques, F.Avallone, R.Carli, R.M.Paniccia, L.Amovilli, G.P.Quagliano, D.Forti, G. Varchetta, G. Trentini, C. Kaneklin ed altri.

L'oggetto d’osservazione dei nostri studi e dei nostri  interventi nelle organizzazioni sono  i processi  relazionali consci e inconsci  tra gli individui, tra e nei  gruppi di lavoro.      

Il nostro modello ha cinque direttrici principali che ne definiscono il valore euristico e i potenziali ambiti applicativi:
1)- è un metodo di analisi che può utilizzarsi con finalità di ricerca-intervento-partecipato in contesti in cui si manifestano "problemi" e qualcuno "chiede" di risolverli;
2)- è un metodo di formazione degli individui/persone che operano nelle strutture organizzative con compiti e ruoli;
3)- è uno strumento-modalità di diagnosi organizzativa e di consulenza alle organizzazioni finalizzato a costruire equilibrio, armonia e valore per gli stakeholders coinvolti nel sistema;
4)- prevede l'utilizzo interdisciplinare delle diverse scienze sociali, dalla psicologia, alla sociologia, dalle scienze delle organizzazioni e manageriali alla socioanalisi, psicoanalisi e teoria dei sistemi, etc.;
5)- si caratterizza come un sistema di lettura lasso, niente affatto generalizzabile né prescrittivo.
In linea teorica, esso si propone di contribuire al superamento di due pregiudizi che per lungo tempo hanno imperato all'interno della psicologia e, in genere, delle discipline che si sono occupate dell'uomo e dei sistemi di convivenza da esso messi in atto. Il primo dei due pregiudizi è il pregiudizio individualista, che "immagina" l'individuo avulso dai contesti e caratterizzato da processi psicologici "interni" quale unità di riferimento delle ricerche e degli interventi.

Questo pregiudizio ha accompagnato molte teorie di psicologia del lavoro, dell'organizzazione e di management per molti anni. L'individuo è stato preso a sé stante, senza alcuna considerazione neanche del mondo intersoggettivo,

«[…]della circostanza che viviamo circondati dalle intenzioni, dai sentimenti, dai pensieri degli altri, che interagiscono con i nostri, al punto che la differenza tra ciò che appartiene agli altri non sempre è così netta. Tutto quanto pensiamo, sentiamo e desideriamo è influenzato dai pensieri, dai sentimenti e dalle intenzioni che percepiamo negli altri, in un dialogo incessante (reale o virtuale). In breve, la nostra vita mentale è frutto di una co-creazione, di un dialogo continuo con le menti degli altri, che io chiamo matrice intersoggettiva. L'idea di una psicologia monopersonale o di fenomeni puramente intrapsichici, in quest'ottica, non è più sostenibile» (D. Stern, 2004).

Quindi il pensiero scientifico contemporaneo è caratterizzato da un mutamento di paradigma: nella psicologia delle organizzazioni, nel counseling organizzativo e nelle discipline manageriali, si va verso un superamento dei modelli di analisi di tipo individualista.

L'altro postulato da cui prendiamo le distanze è spesso collegato al primo, ed è il postulato di razionalità, che vuole i sistemi organizzati umani come sistemi orientati razionalmente al perseguimento di scopi secondo criteri di ottimizzazione dei mezzi. Tale postulato fonda la connessione tra comportamento individuale e sistema sociale sulla base di un calcolo razionale ed utilitaristico, considerando appannaggio della psicologia tutto quell'aspetto del comportamento non analizzabile secondo tale principio.

Secondo Hirschhorn, parte dell'ostilità attribuita alla turbolenza o alla competitività dell'ambiente esterno viene "importata" all'interno delle organizzazioni e "caricata" su un individuo o un gruppo, che diventa il "capro espiatorio".
L'intento sotteso al tale dinamica può essere la fantasia/illusione di controllare più da vicino il contenuto di minaccia vissuto.
Il danno per il "capro espiatorio" è convivere con la fantasia di essere espulso e con un impegno difensivo sempre più alto, arrivando ad agire l'aggressività che aveva dato origine alla dinamica del "capro espiatorio".

Le emozioni, l'affettività, le "relazioni", sono considerati fenomeni da bonificare, da ricondurre alla regola della razionalità organizzativa. A parere nostro, in tale postulato rientrano le configurazioni interpretative dell'uomo che si basano sul primato conferito alla sfera delle attività intellettuali, concettuali, intenzionali, logiche, cognitive, etc.

Si è postulata una razionalità, avulsa dalla dimensione emotiva, come se ci fosse uno spaccato fra la dimensione emotiva e quella razionale, come se questa fosse qualcosa che deve tenere a bada la dimensione affettiva disconoscendo il mondo di vissuti emotivi, di tensioni, di ansie, di angosce di conflittualità, di frustrazioni, di gioie e di dolori che si sono costruiti nel corso della nostra vita. Come se il mondo degli affetti-emozioni rappresentasse un rumore di sfondo, un disturbo … come se con una piccola magia potessimo interrompere questo flusso bidirezionale tra il sistema limbico e il sistema neocorticale, questo flusso incessante di segnali biochimici, bioelettrici e biosimbolici! Ormai questa è un'idea abbandonata quasi del tutto dal mondo scientifico.

Per Damasio, la separazione di ragione ed emozione, per quanto possa essere comoda è fuorviante:

«[…] i piani più bassi nell'edificio neurale della ragione sono gli stessi che regolano l'elaborazione delle emozioni e dei sentimenti […] L'emozione, il sentimento e la regolazione biologica giocano un ruolo nella ragione umana. I livelli più umili del nostro organismo sono coinvolti nel circuito della ragione superiore» (A.Damasio, 1995).

Sul piano filosofico ed antropologico, Morin dice che:

«[…] contrariamente a quanto ci parrebbe logico, non c'è gerarchia ragione/affettività/pulsione, o piuttosto c'è una gerarchia instabile, permutante, rotatoria fra le tre istanze, con complementarità, concorrenza, antagonismi e, secondo gli individui o i momenti, predominio di un'istanza e inibizione delle altre […] vuol dire innanzitutto che la conoscenza, anche la più razionale nei suoi fondamenti (matematica, scientifica, filosofica), mobilita affettività e pulsioni, che prende al proprio servizio ma dalle quali può essere travolta[…]» (E. Morin, 2007).

In definitiva, una ricerca che tenda a ridurre la complessità fenomenica ad una sola di queste variabili, rischia di sovrapporsi in modo riduttivo alla realtà deformandone l'essenza.

È su queste riflessioni che proponiamo ai nostri clienti di lavorare, al fine di costruire offerte formative ed interventi consulenziali coerenti ed efficaci, non succubi di mode e di apparenze.
Per quanto concerne la formazione, il nostro punto di riferimento per tentare una "classificazione" delle metodologie didattiche e costituito dalla complessità del soggetto come "unitas multiplex", come lo definisce E. Morin, e quindi dall'apprendimento come processo continuo e ricorsivo di integrazione che presuppone fasi di decostruzione – caos e ricostruzione.

Qualsiasi attività formativa non può quindi prescindere da tale complessità e non può proporre un'eccessiva frammentazione delle attività e dei setting. Non regge dunque la vecchia distinzione fra sapere – saper fare – saper essere, perché sono dimensioni sempre coinvolte nel processo di acquisizione di saperi pratici e di competenze.

Così come l'apprendimento, e quindi l'organizzazione dei setting formativi, non può prescindere dalla relazionalità fra sé e altro da sé, fra sé e altri soggetti in un clima di potenziale coordinamento non a-conflittuale ma certamente non antagonistico (ne vengono oggi sostanziali conferme anche dalle scienze biologiche e dalle nano-scienze).
Tenendo questo quadro di riferimento possiamo distinguere le metodologie solo in funzione di alcune specifiche focalizzazioni.

"L'atto che non viene mai compiuto, o viene compiuto troppo tardi, che viene abbandonato troppo presto, o per il quale non sembra mai il momento giusto, raramente è un atto privo di senso" (K.Weick)

Come diceva G. Bateson il pensiero vago (le divagazioni, il piacere di fare bene a prescindere dall'utile immediato) ed il pensiero rigoroso (alterarsi secondo procedura) devono dialetticamente interagire e complementarsi.

La nostra idea di formazione, consente di esplorare e di analizzare la dinamica affettiva che caratterizza la relazione tra individuo e contesto organizzativo, consente, a livello individuale, un recupero di consapevolezza e di riflessività e, a livello organizzativo, un'amplificazione degli spazi di elaborazione, di razionalità e di investimento più consapevole sugli obiettivi da perseguire, sui ruoli da svolgere, sulle relazioni interpersonali e professionali

E' evidente che non intendiamo riferirci alla corrente olistica, influenzata dagli apporti delle varie scuole psico-dinamiche e gruppo-analitiche, ma alla visione più meccanicistica, riduzionista che vede l'individuo come macchina, isolato come una monade, avulso dal resto del mondo e considerato a prescindere dal contesto in cui si declina la sua realtà esistenziale.

E' importante precisare che l'osservazione con spirito critico delle "debolezze" di tali pregiudizi, non vuole assolutamente sottovalutare i notevoli contributi di ricerca ed intervento impostati sulla considerazione del singolo individuo, da un lato e sulla logica cognitivo-razionalistica, dall'altro.

Tutto ciò senza alcuna conoscenza delle, oramai non più recenti, scoperte in campo neurofisiologico, neuro-biologico e della psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI). Difatti, oramai è dimostrato il sottile equilibrio biochimico che lega il sistema psichico a quello nervoso, così come entrambi questi apparati sono legati all'universo endocrino ed a quello immunitario, interconnessi, appunto, attraverso messaggeri micro-molecolari. In questa rete integrata, possiamo dire, che ogni pensiero rimodella l'equilibrio dei mediatori chimici cerebrali e genera effetti di rimbalzo su più livelli contemporanei. Un pensiero genera e si "accoppia" sempre con una emozione. Una cascata di effetti endocrini, una modulazione immunologica. Quindi possiamo anche dire che un pensiero coincide con un rimodellamento della materia, in particolare tramite un effetto cellulare, anzi pluri-cellulare. Dal punto di vista anatomico, la "centralina" che rende possibile questi collegamenti è l'ipotalamo. In particolare una ghiandola dell'ipotalamo: l'amigdala (LeDoux, 1992).
Qui, ogni pensiero nato negli strati più recenti del cervello (la neocorteccia) tramite il riflesso emotivo correlato, il suo "sentimento ombra", si traduce in una risposta ormonale che agisce in periferia sui tessuti, sulle cellule, oltre a modulare, attraverso una retroazione, lo stimolo di partenza: il pensiero stesso che ha generato questa dinamica a cascata. Così circolarmente un'emozione, un cambiamento organico periferico, una variazione ormonale, il funzionamento metabolico cellulare incidono sui nostri pensieri. Noi siamo i nostri pensieri e le nostre emozioni. Così come la nostra materia organica impronta pensieri ed emozioni, in un processo bi-direzionale continuo. Tramite i messaggeri ormonali circolanti, il pensiero, l'idea agiscono sul sistema immunitario.
E' per tale motivo che può notarsi la correlazione stretta tra una situazione di di-stress ed una diminuzione dell'efficacia del sistema immunitario con maggiore recettività alle patologie da agenti patogeni. Una sorta di immunodeficienza acquisita per emozioni disarmoniche, per pensieri che hanno reso fragili e frammentati, parziali: dissonanti con la propria memoria, con il proprio intero.

Lo studio